" le nostre, le vostre, le loro regate "
Capita spesso di arrivare in una bella baia un po troppo affollata e preferire non ancorare alla ruota, ma con cima a terra… magari per avere un contatto con la terraferma o semplicemente per una passeggiata.
In questo caso la prima cosa da fare è studiare quali possono essere le probabili linee di ormeggio delle barche già presenti in baia per non andare ad interferire con la nostra l’operato già esistente. Altra cosa importante è conoscere la profondità del fondale ( quindi scandagliarlo) e controllare man mano quanta catena filiamo. Individuato ed accertato il punto dove dare fondo all’ancora ( tenete in considerazione di calare almeno 4 volte la profondità), sostare sulla verticale e calare l’ancoraggio fino a quando si presume ( in base alla catena calata e alla sensazione) che abbia toccato il fondo. A questo punto lasciarsi scarrocciare o muoversi a motore molto lentamente sino ad avvertire lo “strappo” della presa al fondo. Solo quando si è certi della tenuta si può accostare ed ormeggiare. Questa manovra va eseguita soprattutto quando si ormeggia con ancora e cime a terra o in banchina.
Con previsioni stabili l’imbarcazione è già assicurata e non occorre fare altro, ma se si prevede l’arrivo di una traversia o di vento forte, è bene calare fino a 6 volte la profondità!! Se invece la situazione si prevede veramente difficile ed impegnativa, e si teme anche una rotazione del vento si può ricorrere all’ancoraggio in linea aggiungendo un’altra ancora. Basta collegare una seconda ancora ad 1 o 2 metri di catena e ad un robusto grillo per poi fissarla all’ancora di posta e filarne una dietro l’altra sulla stessa linea…. e forse non dirmirete lo stesso, ma starete un po’ più tranquilli!!
Questa piccola ancora è molto utile da adoperare per il tender o come ancora di rispetto per piccoli cabinati. E’ realizzata come un vero e proprio kit per l’ancoraggio ed è stata prodotta da Kwik Tek.
Il kit è composto da un’ancora a grappino pieghevole, che può essere facilmente trasportata e stivata a bordo, da una cima tessile, da una piccola boa di segnalazione con una zavorra piombata e da un moschettone in acciaio per consentire un aggancio rapido in coperta. Il tutto è contenuto in una resistente sacca impermeabile.
In: Regate
17 dic 2010
Venezia rischia di perdere la sfida di Coppa America che porta il suo stesso nome. Una sfida oltretutto a costo zero per il circolo velico che «presterà» il proprio guidone al consorzio Venezia Challenge, e anche per il Comune. Anzi, ci perderebbe in immagine il primo ed economicamente il secondo, visto che il consorzio che si costituirà ufficialmente tra poche settimane è pronto a riconoscere un contributo alla città e a coinvolgerla in un’opera di restauro di uno o più monumenti con raccolta fondi tra i privati. I promotori dell’iniziativa, dopo il pourparler del luglio scorso, incontreranno domani il sindaco, tra l’altro presidente di quella Compagnia della Vela che diede il guidone al Moro di Venezia nell’Americàs Cup del 1992. Un doppio ruolo, di amministratore e sportivo, che vedrà Orsoni sicuramente interessato alla vicenda. «Ce lo auguriamo – osserva Carlo Magna, apripista della sfida Venezia Challenge – se abbiamo atteso due mesi e mezzo per incontrarlo è proprio perchè, visto il nome che portiamo, legarci davvero la città sarebbe un grande risultato».
Ma se Venezia non battesse un colpo, il futuro consorzio sarebbe pronto alla virata altrove. C’è già chi, nonostante il nome sia legato a Venezia, è pronto ad abbracciare il progetto. In primis lo Yacht Club di Marsala, storico circolo siciliano, guarda caso laddove sbarcarono i Mille e in pieno periodo di festeggiamenti per l’Unità d’Italia. «Il treno sta passando – taglia corto Magna – se il sindaco sarà in stazione, noi ci fermeremo più che volentieri. La scelta del nome di Venezia è legata al fatto che il 96 per cento della popolazione sa cosa rappresenta questa città, e la nostra barca sarà veicolo di un brand che esporteremo in tutto il mondo nel prossimo triennio basandolo sull’export del made in Italy, sulla promozione turistica del Paese e sul progetto di restauro dei monumenti. Non a caso, col Consorzio Promovetro di Murano realizzeremo un nuovo marchio e ci saranno il simbolo sulla nostra barca e un negozio di elite del vetro muranese ovunque andremo». Da reperire ci sono 70 milioni di euro. «Siamo a buon punto – precisa l’imprenditore milanese – Sette-otto grandi aziende italiane ed estere si sono già fatte avanti, comprese alcune regioni italiane, ma non il Veneto. Se saremo a Venezia l’Arsenale potrà avere un ruolo di primo piano per le nostre attività, ma per la costruzione della barca c’è già un accordo coi cantieri Soleri di Ravenna dove è stata costruita +39 per l’ultima edizione di Coppa»
In: Novità tecniche
16 dic 2010
Nei prossimi anni probabilmente la prua slanciata delle barche a vela potrebbe lasciare il posto a linee molto nuove ed insapettate: la prua rotonda. Un prototipo che ha sfoggiato questa soluzione è stato il Mini 6,50 Magnum del francese David Raison al Mini Pavois di La Rochelle. L’obbiettivo della prua (unito alla carena piatta ) rotonda è quello di agevolare le planate estendendo il baglio massimo anche nelle sezioni prodiere della prua. A mio parere sarà così…. ma le imbarcazioni “tozze” non mi piacciono proprio.
Ecco alcune foto del mini 650 MAgnum:



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